(CORRIERE DELLA SERA) Volete voi, per la vostra salute,
rinunciare al 75% del Pil? Mica
facile rispondere a una domanda
così. Eppure è questo il primo
quesito che verrà fatto ai tarantini
se andrà in porto il referendum
promosso da «Taranto
futura». Referendum contro il quale sono stati
sollevati davanti al Tar vari ricorsi. Non solo da
parte dell’impresa presa di mira e della Confindustria
ma anche della Cisl e della Cgil. L’Ilva
rappresenta per la città pugliese, con i suoi 15
milioni di metri quadri di superficie, i suoi 200
chilometri di rete ferroviaria e 50 di strade interni,
i suoi 9milioni di tonnellate di acciaio solidificato,
i suoi 13 mila dipendenti diretti e 7 mila
nell’indotto, un colosso che pesa molto più della
Fiat a Torino negli anni d’oro.
Che la gigantesca industria siderurgica nata
Italsider 50 anni fa (9 luglio 1959) e rilevata nel
’95 dal gruppo Riva abbia per decenni impestato
Taranto, l’antica e nobile Taras della Magna
Grecia, è fuori discussione. Lo certifica nel
«Rapporto ambiente sicurezza 2009», edito per
rasserenare gli animi, lo stesso Emilio Riva ammettendo
che quando arrivò lui «gli stabilimenti
della società, in particolare quello di Taranto,
versavano in condizioni critiche e poca attenzione
era riservata alle problematiche ambientali
». Tanto da costringerlo a investire «per l’ambiente
e l’ecologia» complessivamente 907 milioni
di euro.
Risultati? Ottimi, sostiene l’Ilva: riduzione
«del 70% della concentrazione di polveri nei fumi
dell’agglomerato», di «oltre l’80% nelle emissioni
globali di ossido di zolfo», «oltre il 50%
delle emissioni di cloro», «un ulteriore 50% di
emissione di diossine» e via così... Di più: il consumo
di acqua industriale è stato ridotto in 15
anni «del 40%» e sulle acque di scarico sono stati
«investiti 110 milioni di euro per una riduzione
fino al 98-99% di alcuni inquinanti». Ancora:
su 5.514 campionamenti monitorati dal ministero
dell'Ambiente «solo 16 hanno superato
il limite di concentrazione della soglia di contaminazione
prevista per i suoli a uso commerciale
e industriale».
No: risultati mediocri, ribattono gli ambientalisti.
I quali ammettono che sì, una riduzione
dei danni c’è stata, ma non sufficiente. «Secondo
l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente Taranto
è la città più inquinata d’Italia — accusa
Alessandro Marescotti di Peacelink —. Il nostro
è l’unico caso in cui il 93% dell’inquinamento
viene da polveri sottili di origine industriale e
solo il 7% è costituito da quello di origine civile.
I morti di cancro rispetto a una volta sono raddoppiati.
Stando alle proiezioni dell’Arpa Puglia
sulle rilevazioni del febbraio 2008 l’area a
caldo emette 172 grammi/anno di diossina cioè
quanto Spagna, Svezia, Austria e Gran Bretagna
messe insieme». Non basta: «La relazione Inail
"La mortalità per neoplasie a Taranto" di Miccio
e Rinaldi dice che "si rileva che il quartiere
più prossimo all’area industriale presenta valori
di mortalità quasi tripli rispetto ad aree più
distanti". E i terreni per venti chilometri intorno
sono così contaminati che Vendola ha fatto
un’ordinanza che vieta il pascolo…». Leo Corvace,
di Legambiente, conferma: «Hanno già dovuto
abbattere 1200 pecore e capre perché avevano
trovato diossina nel latte e nelle carni. E ci
risulta che purtroppo non è ancora finita».
Fin qui, gli ambientalisti sono compatti. Anche
a dispetto delle perplessità di scienziati come
Carlo La Vecchia, capo del dipartimento di
epidemiologia del «Mario Negri» di Milano, secondo
il quale «i numeri dicono che nel loro
complesso non vi è eccesso di tumori a Taranto.
C’è stato, questo sì, un problema grave di
esposizione all’amianto ma riguardava i cantieri
navali. In ogni caso stiamo parlando di esposizioni
a rischio in passato. Non oggi». Tesi raccolta
dall’avvocato Francesco Perli, legale dei Riva,
che rilancia: «L’Ilva non si è mai spostata da
dove venne perimetrata e semmai ci fosse uno
squilibrio è perché nell’anarchia si sono "avvicinati"
abusivamente all’area industriale i quartieri
Paolo VI e Tamburi». Risposta di Corvace:
«Ma non è vero! Tamburi esisteva da prima dell’Italsider!
».
Anche sulla chiusura della cosiddetta «area a
caldo» dello stabilimento, già smantellata a Genova,
i verdi sono d’accordo. Sul referendum,
però, la frattura è netta. «Io sono del 1958 e voglio
tornare a respirare l’aria che si respirava
nel 1958», dice Marescotti. Corvace no: «Io l’anno
prima del 1958 partii con i miei genitori per
Dunkerque. Non possiamo rimpiangere quella
Taranto da dove la gente era costretta a emigrare.
Con l’Ilva ci dobbiamo trattare ma il referendum
è sbagliato».
Cifre alla mano, la fabbrica voluta non solo
dalla Dc ma anche dalle sinistre (il titolo del
«Corriere del giorno» fu: «Una nuova era si è
iniziata a Taranto per la storia del Mezzogiorno
d’Italia») pesa per il 75% sul Pil provinciale, per
il 20% su quello regionale. E dipende dall’ex Italsider,
direttamente o indirettamente, almeno
una famiglia tarantina su tre. Va da sé che i quesiti
referendari hanno aperto spaccature lancinanti.
In particolare il primo: «Volete voi cittadini
di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute
nonché la salute dei lavoratori contro l’inquinamento,
proporre la chiusura dell’Ilva?». Sulle
prime la domanda era avventata fino all’ingenuità:
«Volete voi cittadini di Taranto, al fine di
tutelare la vostra salute, nonché la salute dei lavoratori
contro l’inquinamento, proporre la
chiusura dell’Ilva, con l’impegno del governo
di tutelare l’occupazione, impiegando le maestranze
per lo smantellamento e bonifica dell’area…
». Immediate ironie dei realisti: «E i pasticcini?
Non chiediamo che il governo ci porti pure
i pasticcini?».
Dicono i «duri e puri» alla Marescotti che
«occorre uscire dalla monocultura, prima dei
cantieri navali e poi dell’Italsider. La salute viene
prima. In India sono più poveri di noi ma
nel villaggio di Dhikia a una maxiacciaieria la
gente si oppone». Dicono i pragmatici alla Corvace:
«Noi ambientalisti non possiamo permetterci
di uscire dal referendum dalla parte di chi
perde. Dobbiamo trattare, trattare e trattare
con l’azienda. Ma il referendum rischia di rivelarsi
una sconfitta storica».
Se è fetida l’aria spinta dal vento verso il
quartiere Tamburi, non meno brutta è l’aria che
tira dal punto di vista economico, produttivo,
occupazionale. Anche perché è improbabile
che lo Stato, invocato nell’iniziale quesito referendario,
ambisca a tornare ad assistere i tarantini.
La gestione del pubblico denaro negli ultimi
anni, infatti, è stata indecente. A raccontarla
tutta, la storia del crac del Comune di Taranto,
il primo in assoluto in Italia ad avere un liquidatore
come capita alle società fallite, ci sarebbe
da scrivere un libro. Un po’ comico e un po’ horror.
Prendete la faccenda dei semafori, scoperta
da Cesare Bechis del «Corriere del Mezzogiorno
». Un bel giorno un funzionario butta un occhio
sulle bollette: come è possibile che un semaforo
costi meno di 18 euro di elettricità e un
altro 1.749? Se fanno entrambi la stessa cosa (luce
verde, gialla, rossa…) come è possibile che
uno costi cento volte più di quell’altro? Sfoglia i
conti e ci resta secco: non c’è semaforo che abbia
una bolletta uguale a un altro. Come mai? A
certi semafori si attaccavano con i cavi per fregare
la luce tutti gli abitanti dei dintorni.
Non c'è settore nel quale, per anni, le pubbliche
casse non siano state viste come mammelle
alle quali era «normale» succhiare il più possibile.
Un paio di esempi? Tra tutti i conti presentati
dai creditori del Comune (per un totale
di 5.960 istanze di gente che diceva di avanzare
soldi) spiccano tre parcelle di un avvocato per
un totale di 150 mila euro. Mario Pazzaglia, il
presidente veneto-marchigiano dell’Ols (l’Organo
Straordinario di Liquidazione), non è convinto.
Spulcia e scopre che si tratta di tre fatture
per la stessa pratica. «Oh, scusate, un errore
della segretaria…». Pagamento concordato: 6
mila euro. Venticinque volte di meno.
Altro esempio? Lo racconta ancora Bechis:
«Fatta cento la tassa sui rifiuti (Tarsu) accertata
a carico di un nuovo contribuente, finisce
nelle casse comunali il 26,34%». Poco più di un
quarto. Ma soprattutto la metà di quello che si
trattenevano le società (l’ultima fetta, storicamente,
riguarda gli evasori) delegate agli accertamenti
e alla riscossione. Che si portavano via
addirittura il 47,29% sull’accertato. Un delirio.
Per non dire della maxi evasione dell'Ici da parte
delle grandi imprese, come la stessa Ilva, che
per anni avevano «dimenticato» come l’imposta
andasse pagata non solo per le opere in muratura.
Totale dell’evasione accertata dal 2003
al 2007: 57 milioni. Una somma enorme. Tanto
più per un Comune con l'acqua alla gola. C’è
poi da stupirsi che Taranto sia affondata nel
2006 sotto una montagna di debiti che Pazzaglia
e i suoi hanno definito proprio giovedì
scorso in 835 milioni? E meno male che controllando
documento su documento («le fatture
erano ricaricate in media del 40% e perfino
Equitalia diceva di avanzare dal Comune 25 milioni
e invece ne avanzava 4») la somma finale
è stata ridotta. Quella iniziale era di 920. Cioè
14.000 euro di buco a famiglia.
Dovrebbero studiarla a scuola, la storia degli
anni della Grandeur Tarantina. Quando il Comune
era amministrato da Rossana Di Bello,
una biologa titolare di alcune gioiellerie, fondatrice
del primo club pugliese di Forza Italia,
eletta nel 2000, rieletta trionfalmente nel 2005
e dimessasi l’anno dopo in seguito a una condanna
per abuso di ufficio e falso ideologico
nell’ambito dell’inchiesta sull’inceneritore. Appalti
incredibili. Contabilità allegra. Megalomanie.
Al punto che fu avanzata l’idea (travolta
dal crac) di costruire il Colosso di Zeus, una statua
gigantesca che avrebbe dovuto ricordare
l’antica opera di Lisippo.
Colossale fu il buco lasciato dalla giunta berlusconiana.
E colossale la legnata inflitta alle
elezioni del 2008 alla Casa delle Libertà, precipitata
in due anni dal 57,8 al 15,5%, con tracollo
di 42,2 punti. Tanto che il ballottaggio per il
sindaco vide scontrarsi due schieramenti di
centrosinistra con travolgente vittoria (76%) di
Ippazio Stefàno, un pediatra che dopo essere
stato senatore pidiessino aveva chiuso con la
politica attiva per dedicarsi al volontariato ed
era appoggiato da un «fritto misto», dall’Udeur
a Rifondazione comunista.
Tre anni dopo, assediato da mille cittadini in
difficoltà, mille beghe interne alla sinistra e
mille grane ereditate dal crac («non abbiamo
diritto neppure ad avere un direttore generale
o un addetto stampa e io me le sogno le venti
persone nello staff che aveva la Di Bello!») il
sindaco allarga le braccia: «Su 40 seggi la sinistra
ne ha 29, la destra 11. Teoricamente dovrei
leccarmi le dita. E invece è una lite al giorno.
Per ragioni di bottega. Destra e sinistra, solo
bottega. Un ostruzionismo continuo, che di fatto
va contro la povera gente. Dibattiti sui destini
della città, zero. La commissione ambiente e
paesaggio, per dire, non è ancora stata nominata.
Dovrebbe occuparsi delle spiagge. Siamo a
metà luglio e il consiglio comunale non l’ha nominata.
Non so se mi spiego».
I conti, certo, vanno meglio. Le entrate Ici,
per esempio, sono salite da 32 milioni nel 2006
a 45 l’anno scorso e probabilmente 55 quest'anno.
Quelle della Tarsu da 19 a 33. Ma alcuni problemi
annosi, spiega Stefàno, sono rimasti irrisolti:
«Il Comune ha 2000 appartamenti e ne ricava
400 mila euro l’anno. Fatti i conti ogni appartamento
rende 200 euro d’affitto. Da non
dormirci di notte. Vorrei e dovrei censirli a uno
a uno ma mi mancano perfino i vigili. Sulla carta
ce ne sono 194 ma 56 figurano "non idonei".
Ne restano 140, su due turni. Togli malattie, riposi,
assenteisti e di fatto, la domenica, per
una città di 200.000 abitanti, sì e no in servizio
ce n’è una dozzina».
I dipendenti comunali, dice, con «una pianta
organica che era stata gonfiata fino a 1.750
dipendenti, sono calati da circa 1.500 a 1.050».
Miracolo? Magari. Quando scoppiò il bubbone
saltò fuori che decine di funzionari e dirigenti
si erano auto-aumentati lo stipendio autocertificando
di avere fatto per il Comune dei lavori
al progetto. Buste paga da venti, trentamila euro
al mese. Con punte di 39.160. Basti dire che
a un certo Cataldo Ricchiuti, accusato di essersi
regalato 567 mila euro di aumenti illegittimi,
furono sequestrati 12 fabbricati, un terreno,
124 mila euro in banca…
Ma quelle megatruffe, spiega il sindaco, erano
solo la punta dell’iceberg: «Tutti i dipendenti,
salvo forse una ventina di persone pulitissime,
avevano gli stipendi più alti. Dico
tutti. Straordinari senza controllo,
"progetti" pagati a parte per fare niente,
autocertificazioni di familiari a carico...
Tutto "normale" pareva. Quando
ho cercato di ripristinare un po’ di serietà
(ci guardavano come dei marziani
rompicoglioni) chi poteva se n'è andato
in pensione così che questa fosse calcolata
sulla base dell’ultimo stipendio. Sa,
piuttosto che vedersela conteggiare su
una busta paga ribassata...».
Dice che lui, con i conti messi in quel
modo, lo stipendio da sindaco non lo tocca
neppure: «Lo versano su un conto corrente
a parte. E i soldi servono per fare tante
cose. Pubbliche. Ame basta la pensione».
Lo stesso Giancarlo Cito, incazzosissimo bastian
contrario, riconosce che sì, «Ippazio è
uno che fa le cose con spirito missionario.
Pediatra bravissimo. Se i nipotini hanno un
problema chiamo lui. Sarebbe un grande missionario
in Africa. Per fare il sindaco di Taranto
però servono gli attributi. Durissimi bisogna
essere. Lui non lo è».
Era dimagrito di 45 chili, l’ex sindaco costretto
a dimettersi e poi condannato a quattro anni
per concorso esterno in associazione mafiosa,
quando nel 2006 «La Voce del Popolo» lo sparò
spettrale in copertina col titolo: «Vi prego, non
mi abbandonate!». Pagato il conto con la giustizia,
anche se ha ancora qualche gatta da pelare,
l'istrionico imprenditore televisivo sembra tornato
quello di una volta. Che conquistò la carica
di primo cittadino e poi un seggio alla Camera
sventagliando sulla sua tv (Tbm: Tele Basilicata
Matera ma i tarantini ammiccano che in
realtà è Tele Benito Mussolini) raffiche di
sgrammaticati insulti ai politici: «Siete delle carogne,
dei ladri, dei delinquenti!». «Io vi do un
sacco di botte perché avete rubato a quattro ganasce!
». «Signori che avete le orecchie a livello
di Trombo di Eustacchio!».
Per il momento, in politica, c’è tornato per
interposta persona. Candidando il figlio Mario
(l’unico candidato del pianeta muto come Bernardo,
il servo di Zorro: «a parlare penso io»)
fino a portarlo incredibilmente al 20% alle comunali
e addirittura al 30% (solo in città, si capisce)
alle provinciali. Due trionfi. A dispetto
della fama che ha nel resto d'Italia dai tempi in
cui si candidò a sindaco di Milano con uno slogan
purtroppo incompreso: «Voglio tarantizzare
Milano. Farla diventare come la mia Taranto,
la Svizzera del Sud». Una scalata cui seguì
quella all’Europa per «tarantizzare Strasburgo
».
Ora che l'interdizione dai pubblici uffici è
scaduta si candiderà ancora? Cito gigioneggia:
«Mah…». In ogni caso, convinto com’è di essere
stato il più grande sindaco di tutti tempi
(«io feci rimuovere 40 mila auto in seconda fila,
io portare qui l’università, io scendere gli
scippi a un paio l’anno…») è tornato a mostrare
i muscoli. Letteralmente. Andando a nuoto
da Reggio Calabria a Messina («da Villa San
Giovanni son capaci tutti») per glorificare
l’idea di unire il Mezzogiorno contro l’odiata
Lega Nord. Una nuotata alla Mao Tzetung? Ma
va là: «Quello s’era fatto un bagnetto nel Fiume
Giallo. Plop, plop, fine. Io invece...»
|